Accarezzando il Tempo
da "la meteora"
Ricevo una breve antologia poetica e il compito di recensirla. Il titolo è: “Accarezzando il tempo”. Spesso s’inveisce contro un TEMPO che tende a sfuggire, a non bastare, a non farsi comprendere… accarezzarlo può essere un modo per prendere in mano la propria esistenza, dando valore a ciascuno degli attimi di cui essa si compone. E di 40 attimi o poesie è composta questa raccolta. Anche il nome della casa editrice non è innocuo: si chiama “Rupe Mutevole”, evocando l’idea d’una solida altezza, salda al punto di non temere confronto, mutamento, variazione. Quattro gli autori: Gabriele Battista, Carmen Biella, Matteo Montieri e Guerrino Rubbini. Ciascuno di questi ha scelto di presentarsi con un breve profilo biografico o letterario. Su differenza,sentimento, mutevolezza, si fonda l’opera intera.
Questa si apre con le liriche di Gabriele Battista, raccolte nella sezione “Partigiani e suonerie”. Qui si alternano slanci su due ruote, risse e colori roventi. Due personaggi ormai storici -due opposti quasi assoluti- emergono senza essere mai nominati: Alexandros Panagulis torturato dalla polizia politica greca (sei versi di lucida, sorda violenza) e una Francesca Mambro forse un po’ troppo semplificata –ispirata dalla canzone “Sensibile” degli Offlaga Disco Pax-. Graffiano in modo sapiente i versi satirici de “L’arrivismo”; proseguono nella successiva “L’attivismo”, dove invece ci s’interroga sul senso ultimo della militanza. Infine la “Preghiera a cose più belle di me” è un puro respiro di quella Bellezza, multiforme e astratta, che solo i versi possono esprimere.
“Officina di parole” s’intitola la sezione che raccoglie le poesie di Carmen Biella. Del cosiddetto “talento”, Carmen scrive in nota: “io credo che sia un trasportare fuori dal cuore le parole della mente”. Così crede, e mantiene. Crea con parole, le ammucchia “come granelli di sabbia” in un lavoro operaio che ha molto del divino. In “Distanze” dichiara guerra a tutto ciò che appare effimero, svuotato di forza. Si fa feroce e appassionata ne “Gli uomini che uccidono le donne”, finalmente in “Presunzione” esprime il senso di quella forza irrazionale cui si legano sfumature infinite, definizioni imperfette, pianti. Amore. Un amore lieto ed arrogante, che non può fare altro se non esprimersi e devastare.
“Vorrei t’innamorassi di me
potresti imparare a leggere l’anima
non la mia, la tua
Vivresti i giorni come fai adesso/
Solo mi troveresti lì ad aspettarti al tuo rientro”.
Ciò che colpisce scorrendo le poesie di Matteo Montieri, raccolte nella sezione “Contemplando i deserti” è lo stile.. Termini ricercati,piacevoli figure ritmiche, trasmettono a un incontro, ad un sentimento, quella sensazione di assoluto che percorre la miglior poesia italiana nel corso dei secoli. Matteo ha una tecnica quasi fotografica; si serve di sostantivi ed aggettivi in modo lineare, geometrico. Da una Napoli sottilmente tragica, ad una cittadina americana, la percezione dei sentimenti oscilla tra consapevole malinconia e vigile attesa. Notevole il distacco espresso nei versi di “Similitudini”, che diventa una sorta di manifesto poetico:
“C’è chi come me transita in questa abietta civiltà
Vedendo i sapienti sradicati da fievoli venti
E le ingiustizie resistenti anche alle più impervie tempeste
Scompare nelle utopie
create da un verso sgargiante”
La poesia di Guerrino Rubbini (classe 1952) rivelano l’animo di chi lotta in modo maturo, contenendo la propria passione per proiettarla in azioni efficaci. Il titolo della sua sezione è “L’armonia della natura”, e si ha l’impressione che dalla sua contemplazione degli elementi naturali scaturisca una forza affine. Una forza serena, che non lascia spazio a dubbi o angosce di sorta; anche quando il proprio percorso di vita è oscuro (la poesia “Perché”). Accosta parole comunissime realizzando equilibri dal fascino che non si spiega se non con la chiarezza, l’evidenza che ha un cielo, una pianura, un bosco. Le affermazioni sono dirette, aperte, senza sottintesi: come il volontario che scava tra le macerie in “Terremoto”:
“… c’è chi non capisce, perché andare
quando basta digitare un numero
e hai donato 2 euro (…)
tu invece non digiti nessun numero,
sei chino su delle macerie, scavi con le mani nude
forse riuscirai a salvare qualcuno …”
E tuttavia il sentimento non manca, come per la “donna-meteora” della poesia di pag.69. Ma non diventa mai sentimentalismo, nel quale è sempre facile scadere componendo versi.
Mi accorgo della fortuna di aver viaggiato, meravigliosamente, entro il sentire di alcune persone. Senza averle mai incontrate, hanno saputo trasmettermi qualcosa. Qualcosa che era loro e adesso è anche per me, come di chiunque altro avrà l’ottima sorte di leggerli, ritrovando tra queste pagine il senso profondo del proprio tempo.
L.M. Cortese
Questa si apre con le liriche di Gabriele Battista, raccolte nella sezione “Partigiani e suonerie”. Qui si alternano slanci su due ruote, risse e colori roventi. Due personaggi ormai storici -due opposti quasi assoluti- emergono senza essere mai nominati: Alexandros Panagulis torturato dalla polizia politica greca (sei versi di lucida, sorda violenza) e una Francesca Mambro forse un po’ troppo semplificata –ispirata dalla canzone “Sensibile” degli Offlaga Disco Pax-. Graffiano in modo sapiente i versi satirici de “L’arrivismo”; proseguono nella successiva “L’attivismo”, dove invece ci s’interroga sul senso ultimo della militanza. Infine la “Preghiera a cose più belle di me” è un puro respiro di quella Bellezza, multiforme e astratta, che solo i versi possono esprimere.
“Officina di parole” s’intitola la sezione che raccoglie le poesie di Carmen Biella. Del cosiddetto “talento”, Carmen scrive in nota: “io credo che sia un trasportare fuori dal cuore le parole della mente”. Così crede, e mantiene. Crea con parole, le ammucchia “come granelli di sabbia” in un lavoro operaio che ha molto del divino. In “Distanze” dichiara guerra a tutto ciò che appare effimero, svuotato di forza. Si fa feroce e appassionata ne “Gli uomini che uccidono le donne”, finalmente in “Presunzione” esprime il senso di quella forza irrazionale cui si legano sfumature infinite, definizioni imperfette, pianti. Amore. Un amore lieto ed arrogante, che non può fare altro se non esprimersi e devastare.
“Vorrei t’innamorassi di me
potresti imparare a leggere l’anima
non la mia, la tua
Vivresti i giorni come fai adesso/
Solo mi troveresti lì ad aspettarti al tuo rientro”.
Ciò che colpisce scorrendo le poesie di Matteo Montieri, raccolte nella sezione “Contemplando i deserti” è lo stile.. Termini ricercati,piacevoli figure ritmiche, trasmettono a un incontro, ad un sentimento, quella sensazione di assoluto che percorre la miglior poesia italiana nel corso dei secoli. Matteo ha una tecnica quasi fotografica; si serve di sostantivi ed aggettivi in modo lineare, geometrico. Da una Napoli sottilmente tragica, ad una cittadina americana, la percezione dei sentimenti oscilla tra consapevole malinconia e vigile attesa. Notevole il distacco espresso nei versi di “Similitudini”, che diventa una sorta di manifesto poetico:
“C’è chi come me transita in questa abietta civiltà
Vedendo i sapienti sradicati da fievoli venti
E le ingiustizie resistenti anche alle più impervie tempeste
Scompare nelle utopie
create da un verso sgargiante”
La poesia di Guerrino Rubbini (classe 1952) rivelano l’animo di chi lotta in modo maturo, contenendo la propria passione per proiettarla in azioni efficaci. Il titolo della sua sezione è “L’armonia della natura”, e si ha l’impressione che dalla sua contemplazione degli elementi naturali scaturisca una forza affine. Una forza serena, che non lascia spazio a dubbi o angosce di sorta; anche quando il proprio percorso di vita è oscuro (la poesia “Perché”). Accosta parole comunissime realizzando equilibri dal fascino che non si spiega se non con la chiarezza, l’evidenza che ha un cielo, una pianura, un bosco. Le affermazioni sono dirette, aperte, senza sottintesi: come il volontario che scava tra le macerie in “Terremoto”:
“… c’è chi non capisce, perché andare
quando basta digitare un numero
e hai donato 2 euro (…)
tu invece non digiti nessun numero,
sei chino su delle macerie, scavi con le mani nude
forse riuscirai a salvare qualcuno …”
E tuttavia il sentimento non manca, come per la “donna-meteora” della poesia di pag.69. Ma non diventa mai sentimentalismo, nel quale è sempre facile scadere componendo versi.
Mi accorgo della fortuna di aver viaggiato, meravigliosamente, entro il sentire di alcune persone. Senza averle mai incontrate, hanno saputo trasmettermi qualcosa. Qualcosa che era loro e adesso è anche per me, come di chiunque altro avrà l’ottima sorte di leggerli, ritrovando tra queste pagine il senso profondo del proprio tempo.
L.M. Cortese

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